Non solo Brexit: i sette rischi “capitali” del 2019

La scadenza per la Brexit si avvicina, ma secondo Natixis non è l’unico tema da seguire con attenzione: ecco i sette rischi per i mercati e le probabilità che si concretizzino

Giunti alla metà di febbraio si ha la sensazione che quanto accaduto negli ultimi quattro mesi e mezzo sui mercati finanziari sia il frutto di movimenti estremi dettati da una fase molto avanzata del ciclo. In altre parole, mentre nell’ultimo trimestre del 2018 aveva prevalso l’avversione al rischio per l’amplificazione dei timori diffusi sulla crescita economica e sulle politiche monetarie restrittive, da inizio 2019 si è riaccesa improvvisamente la voglia di rischio tra gli investitori sulla scia dell’apertura della Fed circa una pausa nel proprio percorso di rialzo dei tassi e, forse, anche di riduzione del bilancio. E’ tempo di sapere quali siano i rischi sul tavolo dei mercati finanziari che potrebbero avere impatti negativi per gli investitori nei prossimi mesi dell’anno. A tale proposito, David Lafferty, CFA, Chief Market Strategist di Natixis Investment Managers, ne ha individuati sette, illustrando, per ciascuno di essi, quale probabilità questi rischi abbiano di verificarsi.

RALLENTAMENTO O RECESSIONE

E’ importante ricordare che la durata di questo ciclo è già stata tra le più lunghe della storia americana e che l’economia globale sta chiaramente decelerando. Quindi, alla luce del sell-off (vendita sui mercati finanziari di titoli senza limitazione né di quantità né di prezzo) del quarto trimestre 2018 e del parziale recupero da inizio 2019, il vero punto critico è sapere quale sia il rischio di una recessione. “La netta sensazione è che i rendimenti futuri potrebbero probabilmente resistere a qualsiasi altro dei nostri scenari di rischio, a condizione che non si materializzi una caduta verticale dell’economia” puntualizza David Lafferty. L’esperto, sulla base dei dati attuali, stima al 25% la probabilità di una recessione globale nel 2019, con una percentuale maggiore (35%) per l’Europa e una leggermente inferiore (20%) per gli Stati Uniti. Nel caso della Cina, invece, il punto discriminante è verificare se la crescita 2019 sarà inferiore al 6% del PIL in termini reali e David Lafferty stima che lo possa essere al 30% circa di probabilità.

TENSIONI COMMERCIALI TRA WASHINGTON E PECHINO

Sebbene questo rischio continui ad essere presente in tutte le principali preoccupazioni degli investitori, lo scenario più probabile (55%) secondo David Lafferty è che i negoziati commerciali tra Washington e Pechino restino ingessati per tutto il 2019 senza successi o fallimenti definitivi. Tradotto in pratica, per l’esperto, il flusso di notizie riguardanti gli scambi commerciali detterà, al rialzo o al ribasso, l’andamento dei mercati finanziari a seconda dell’intonazione di fondo della news e delle valutazioni che in quel momento ne faranno gli operatori.

UN ERRORE DELLA FEDERAL RESERVE

Dopo l’apertura della Fed nel suo primo meeting del 2019 ad una politica monetaria meno restrittiva e ad un possibile raffreddamento della riduzione del bilancio, sembra ora meno probabile un errore da parte della banca centrale americana. Ne consegue che, per David Lafferty, la probabilità che questo accada è al 10 %. La stessa bassa percentuale l’esperto la assegna tuttavia al rischio che tale errore sia stato già commesso dalla Fed.
“Il problema è che gli effetti dei cambiamenti in politica monetaria hanno dei tempi molto lunghi. Potremmo scoprire solo tra qualche mese o trimestre che la banca centrale statunitense abbia già attuato una politica troppo restrittiva” spiega l’esperto.

UNA BREXIT CAOTICA

Sebbene la situazione sia peggiorata nelle ultime settimane, la speranza degli operatori dei mercati finanziari e anche di David Lafferty è che l’impensabile possa essere evitato. In mancanza di sorprese inaspettate, secondo l’esperto l’ipotesi più probabile (60%) è quella di un ritardo nel processo di ritiro: ovvero un secondo referendum o il ritiro dell’articolo 50, con il quale si fissa il processo che deve essere seguito dagli stati che desiderino uscire dall’Unione Europea. L’altro scenario, il peggiore per David Lafferty e che è invece stimato al 40% di probabilità, riguarda un’uscita il prossimo 29 marzo del Regno Unito dall’Unione Europea senza un accordo.

SHUTDOWN E TETTO AL DEBITO TRA I RISCHI

In questo ambito occorre distinguere tra un nuovo shutdown a febbraio (stimato con una probabilità del 15% da David Lafferty ) e le implicazioni molto più gravi per il tetto massimo del debito statunitense, che risulta sempre più vicino. “La storia ci insegna che repubblicani e democratici tendono a spingersi al limite per quanto riguarda il debt ceiling (quanto debito possono contrarre gli Stati Uniti in un determinato periodo di tempo, ndr) provocando dei problemi ai mercati finanziari nel breve termine, senza mai superarlo” ricorda David Lafferty che, tuttavia, alla luce anche del recente shutdown più lungo della storia, non esclude del tutto un pericoloso incidente di percorso in questo senso attribuendogli una probabilità tra il 5% e il 10%.

CRISI COSTITUZIONALE USA

“La possibilità che la Camera dei Rappresentanti, controllata dai Democratici, avvii una procedura di impeachment è di almeno il 50%” specifica David Lafferty, secondo il quale è invece meno probabile la condanna di Trump (e l’allontanamento) per mano della maggioranza Repubblicana in Senato, sebbene molto dipenda dai risultati delle indagini condotte da Robert Mueller. Circa un anno fa il Dipartimento di Giustizia e il procuratore speciale Robert Mueller hanno pubblicato il documento di imputazione contro 13 russi e tre organizzazioni che hanno avuto un ruolo secondo l’accusa nell’indagine Russiagate, circa la manipolazione delle elezioni presidenziali USA del 2016.

BIG DATA E REGOLAMENTAZIONE

Tra i rischi per David Lafferty si tratta forse di quello maggiormente sottostimato, alla luce del fatto che le questioni relative alla riservatezza dei dati si applicano a quasi tutte le aziende dei principali indici dei mercati finanziari, andando ben oltre i più grandi nomi del settore tecnologico. “I Big Data hanno valore solo se si possono monetizzare, sia vendendo informazioni personali che utilizzandoli per micro-targettizzare i ricavi pubblicitari” precisa l’esperto che pur indicando in un 20% la probabilità che le autorità competenti negli Stati Uniti e in Europa possano ridurre i vantaggi dei Big Data, reputa che l’impatto di una politica di questo tipo risulterebbe molto più rilevante.
**  Il presente articolo è stato redatto da FinanciaLounge. Una parte dei contenuti e dei dati sono stati gentilmente concessi da Natixis

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