Non è un Paese per vecchi: analisi del decreto-legge su "Quota 100"

Risultati immagini per GIOVANI E VECCHIIl IL decreto pubblicato in Gazzetta Ufficiale consegna alla discussione parlamentare una riforma del sistema pensionistico molto lontana dal disegno inziale di cancellazione, o perlomeno radicale revisione, della legge Fornero. È questo il giudizio finale emerso dall’analisi effettuata dal Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, che sottolinea le lacune e le fragilità del decreto-legge, un’(importante) occasione sprecata di risolvere le numerose storture che da anni affliggono il sistema pensionistico italiano.
In primis viene sottolineata l’inopportuna finestra temporale nella quale si applicherà “Quota 100”: inopportuna sia nel metodo che nel merito. Da un lato, infatti, si evidenzia come l’apertura di «un “gate temporaneo” in cui valgono regole assai più favorevoli rispetto al sistema ordinario» sia destabilizzante per un sistema pensionistico, a maggior ragione per il fatto che non si fa menzione di cosa avverrà dopo il termine del periodo sperimentale. Dall’altro, poi, si prevede che proprio la temporaneità della riforma innescherà una “corsa al pensionamento”: una dinamica che potrebbe costare circa 33 miliardi di euro, peraltro peggiorando il rapporto attivi/pensionati, in miglioramento negli ultimi 8 anni. A ciò, si aggiunga l’effetto collaterale dell’ingente flusso di domande che perverranno all’INPS, mettendo in difficoltà il sistema di erogazione delle prestazioni.
Un passo indietro è poi il ritorno del divieto di cumulo, istituto eliminato nel 2010 dopo diversi tentativi: la sua introduzione è negativa sia in senso etico, proponendo nei fatti una visione avvilente di una parte cospicua della popolazione che, a dispetto del diritto e della volontà di lavorare, viene incoraggiata a disimpegnarsi dalla vita sociale; sia in senso economico, perché rinuncerà al lavoro di quasi un terzo di popolazione, sacrificandolo a favore dell’economia sommersa.
Come evidenziato dall'Osservatorio sulla spesa pubblica e sulle entrate, dai commi del decreto emerge anche una forte iniquità. Considerato che il sistema pensionistico è a ripartizione, e quindi si basa su un patto intergenerazionale tra i lavoratori attivi che sostengono economicamente i pagamenti di quelli in quiescenza, stride il fatto che vengano favoriti in modo evidente i cosiddetti “retributivi puri”, ossia coloro che al 31/12/1995 avevano alle spalle 18 o più anni di anzianità contributiva. Infatti, questi ultimi costituiranno la maggioranza dei soggetti che matureranno i requisiti di Quota 100 al 2021, mentre i pochi che alla stessa data avevano meno di 18 anni di anzianità contributiva, e quindi rientrano nella categoria dei “misti”, avranno oltre il 60% della pensione calcolata con il metodo contributivo: in sostanza, mediante l’anticipo della pensione di circa 5 anni, subiranno un taglio superiore all’8%.
Tuttavia, i soggetti maggiormente penalizzati saranno i giovani e le donne. I primi, ossia coloro che hanno cominciato a lavorare dall’1/1/1996 e che quindi rientrano nella categoria dei “contributivi puri”, perché non sono considerati dalla riforma: questa, anzi, non smantella le rigidità introdotte dalla Legge Fornero nei confronti di questa platea, che vede la sua pensione interamente calcolata secondo il merito contributivo e che quindi – stando ai trend economici e anagrafici – è fiaccata nella speranza di poter beneficiare di una pensione e nella prospettiva di dover lavorare almeno fino a 75 anni. Le seconde perché, avendo 58/59 anni di età (a seconda che siano dipendenti o autonome), con 35 anni di contribuzione, avranno rispettivamente Quota 93/94 che, per via delle decorrenze, diventeranno Q94/95,5 o più: per questo, riceveranno una pensione ridotta di almeno il 30% rispetto ai Q100, in quanto viene applicato il calcolo contributivo. I pochi anni di differenza tra i Q100 retributivi e i Q96 contributivi di opzione donna non sembrano giustificare una così marcata disparità.
Molto criticato, poi, l’intervento sulla previdenza complementare, che disincentiva l’investimento in pensioni complementari a favore del versamento di contributi all’INPS approfondendo il divario tra l’Italia e il resto dei Paesi OCSE per quanto riguarda il rapporto tra patrimonio nei fondi pensione e PIL.
Infine, un appunto negativo anche sui fondi esuberi e di solidarietà bilaterali, poiché «il Decreto ha perso l’occasione per una vera razionalizzazione dell’intero sistema della bilateralità». Questo essenzialmente per tre motivi: la possibilità per i Fondi di solidarietà di riconoscere un ulteriore beneficio che ai 5 anni di anticipo rispetto alla maturazione dei requisiti pensionistici già previsti del decreto legislativo 148/2015 ne aggiunge 3 di anticipo rispetto alla maturazione dei requisiti di Quota 100, per un totale di 8 anni, che appare esagerato e molto vicino ai baby pensionamenti che da anni si vogliono eliminare; per il fatto che la predetta misura sia riservata solo a determinati settori produttivi (bancario, assicurativo, dei trasporti, ecc.); in ultimo per la mancanza di indicazioni temporali per l’attuazione, limitandosi la norma a restare “in attesa della riforma dei Fondi di solidarietà bilaterali di settore” (cfr. art. 22 comma 1).

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