IN HOC SIGNO

Cari amici,
a completamento dell’invio del mese scorso vi proponiamo oggi, quali spunti di riflessione, le citazioni della seconda delle due lezioni dell’avvocato modenese Paride Casini, responsabile della Regione Emiliana di Alleanza Cattolica, sul tema del lavoro: «Il lavoro come paradigma antropologico della attività economica e della vita sociale e politica».
Come sempre di entrambe le lezioni è disponibile l’audio in formato .mp3 dietro semplice richiesta.
Vi annunciamo che il prossimo seminario della Scuola di Educazione Civile sul tema dei centenari del ’17 si terrà sabato 30 settembre ed avrà per argomento «1917-2017. A 100 anni dalla Rivoluzione di Ottobre. “La Russia spargerà i suoi errori nel mondo”». Segnatevi la data!
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  1. Nella Parola della divina Rivelazione è iscritta molto profondamente questa verità fondamentale, che l’uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio, mediante il suo lavoro partecipa all’opera del Creatore, ed a misura delle proprie possibilità, in un certo senso, continua a svilupparla e la completa, avanzando sempre più nella scoperta delle risorse e dei valori racchiusi in tutto quanto il creato. Questa verità noi la troviamo già all’inizio stesso della Sacra Scrittura, nel Libro della Genesi, dove l’opera stessa della creazione è presentata nella forma di un “lavoro” compiuto da Dio durante i “sei giorni”, per “riposare” il settimo giorno. […]. Questa descrizione della creazione, che troviamo già nel primo capitolo del Libro della Genesi, è, al tempo stesso, in un certo senso il primo “Vangelo del lavoro”. Essa dimostra, infatti, in che cosa consiste la sua dignità: insegna che l’uomo lavorando deve imitare Dio, suo Creatore, perché porta in sé – egli solo – il singolare elemento della somiglianza con lui. L’uomo deve imitare Dio sia lavorando come pure riposando, dato che Dio stesso ha voluto presentargli la propria opera creatrice sotto la forma del lavoro e del riposo. [Giovanni Paolo II, Enc. Laborem exercens, 14.9.1981, § 25].

  1. Civiltà e casta. Una civiltà superiore vuole due distinte caste: chi lavora e chi ozia o, con espressione più forte, la casta del lavoro forzato e la casta del lavoro libero. […] La mia utopia. Il lavoro andrebbe affidato a chi ne soffre meno, a chi è meno sensibile. [Friedrich Wihelm Nietzsche, Umano, troppo umano, Aforismi n. 439 e n. 462].

  1. Esiste un solo problema, uno solo sulla terra. Come ridare all’umanità un significato spirituale, suscitare un’inquietudine dello spirito. È necessario che l’umanità venga irrorata dall’alto e scenda su di lei qualcosa che assomigli a un canto gregoriano. [...] Non si può continuare a vivere occupandosi soltanto di frigoriferi, politica, bilanci e parole crociate. Non e possibile andare avanti così. [Antoine de Saint Exupéry].

  1. Muovendoci sulla linea tracciata dai nostri predecessori, noi pure riteniamo che sia legittima nei lavoratori l'aspirazione a partecipare attivamente alla vita delle imprese, nelle quali sono inseriti e operano. Non è possibile predeterminare i modi e i gradi di una tale partecipazione, essendo essi in rapporto con la situazione concreta che presenta ogni impresa: situazione che può variare da impresa a impresa, e nell'interno di ogni impresa è soggetta a cambiamenti spesso rapidi e sostanziali. Crediamo però opportuno richiamare l'attenzione sul fatto che il problema della presenza attiva dei lavoratori esiste sempre, sia l'impresa privata o pubblica: e, in ogni caso, si deve tendere a che l'impresa divenga una comunità di persone nelle relazioni, nelle funzioni e nella posizione di tutti i suoi soggetti. [Giovanni XXIII, Mater et Magistra, 15.5.1961, § 78].

  1. San Benedetto nel motto Ora et labora ci insegna in un modo molto convincente che solo l’armonioso intrecciarsi di queste due forme di attività, corrispondenti alle due sfere dell’esistenza umana, quella spirituale e quella corporale, garantisce la felicità sia delle singole persone sia delle comunità. La sintesi del pregare e del lavorare, cioè dello spirituale e del corporale, dell’interiore e dell’esteriore, aiuta l’uomo a vivere armoniosamente con Dio e con gli uomini. Ora  vuol dire: esprimi te stesso con tutta la sincerità e l’umiltà davanti a Dio, ascoltalo, rimani unito a Lui e sii fedele ai suoi comandamenti. Labora vuol dire: esci da te stesso, va nel mondo, fa tutto ciò di cui sei capace per renderlo migliore, adoperati per conservare buone e belle le cose vecchie e per crearne delle nuove. Il lavoro accompagnato dalla preghiera è sempre creativo, è sempre una creazione di cultura. Esso non solo cambia il mondo ma contribuisce anche allo sviluppo integrale, cioè spirituale e corporale della persona. Il lavoro creativo rende più bello il mondo e più felice l’uomo, perche serve alla sua salvezza. Il poeta polacco del secolo scorso, C. K. Norwid, scrisse: «Il bello è per entusiasmare al lavoro, e il lavoro è per risorgere». Staccato dalla preghiera, il  lavoro degenera in un andirivieni di uomini indaffarati che producono senza fine tanti oggetti senza preoccuparsi se sono belli e buoni per aiutare l’uomo a risorgere. Staccata dal lavoro, la preghiera rischia invece di diventare sterile quietismo spirituale, indifferenza ai bisogni delle altre persone e alle esigenze del mondo. Chiuso nella preghiera staccata dal lavoro, l’uomo finisce in una vita spirituale disincarnata, cioè sterile. L’individualismo e lo spiritualismo danno inizio alla crisi delle relazioni interpersonali e, quindi, alla crisi di ogni tipo di comunità, quali sono ad esempio il matrimonio, la famiglia, le amicizie, la nazione. Queste crisi rovinano di conseguenza la società e l’Europa e indeboliscono la Chiesa stessa. [Ludmilla Grygiel, San Benedetto il primo Europeo, Ed. Cantagalli].

  1. Rimane una domanda finale: quale alternativa può essere proposta? […] Ciò che è richiesto in primo luogo da questa critica non è un nuovo sistema economico, ma una ‘nuova’ antropologia. Questa antropologia richiede una trasformazione radicale (da radix, radice) dell’economia di mercato nella sua dominante versione liberale, ma soltanto come segno e espressione di una pervia trasformazione di noi stessi nelle relazioni che più profondamente ci definiscono. […] Possiamo e dobbiamo [..] cominciare precisamente dove siamo, qui e ora, e dall’interno della nostra realtà concreta. Tutti noi siamo in diversi modi ‘aventi’, produttori e consumatori. Ciò che dobbiamo fare prima di tutto è prestare maggiore e più paziente attenzione a Dio, alla famiglia, alla nostra comunità civile locale, alle cose della natura. Tutti questi rapporti raggiungono il cuore del nostro essere creature. Soltanto questa attenzione orienta il nostro amor proprio verso l’amore altro-centrico. [David Schindler, L’ordine dell’amore. Le società occidentali e la memoria di Dio, trad. it., Ed. Lindau, 2011].
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Ad maiorem Dei gloriam et socialem

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